Rispettare i diritti dell’Oceano

Rispettare i diritti dell’Oceano, “Life support system” del Pianeta: in occasione della Giornata Mondiale dell’Oceano, è stato presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il terzo rapporto del UN World Ocean Assessment (WOA III).

Si tratta del più imponente lavoro di sintesi globale sulle conoscenze fisiche, chimiche, biologiche, economiche, culturali e sociali del nostro Oceano, redatto da 600 scienziati provenienti da 81 Paesi selezionati dall’organismo delle Nazioni Unite UN-DOALOS.

La Fondazione Acquario di Genova ETS ha contribuito attivamente al lavoro scientifico alla base dell’importante documento: il Segretario Generale della Fondazione, Antonio Di Natale, ha coordinato un team multidisciplinare di 21 scienziati di 14 diverse nazionalità per la stesura del cruciale capitolo “Scientific Understanding of the Ocean“, oltre a figurare come co-autore delle sezioni dedicate a “Pesci” e “Ambiente pelagico“, a riconoscimento dell’autorevolezza e dell’importanza delle competenze scientifiche della struttura genovese.

Il “Diritto dell’Oceano
Il rapporto WOA III introduce un cambio di paradigma epocale nel panorama scientifico e normativo internazionale.
Per la prima volta, infatti, l’Oceano viene formalmente riconosciuto come un’unica entità che copre il 71% del pianeta e identificato ufficialmente come il “Life Support System” di ogni essere vivente.
Inoltre, viene ampiamente riconosciuto il ruolo fondamentale dei microbi e virus nel mantenimento dei servizi ecosistemici dell’Oceano.
Se, da un lato, i dati evidenziano sfide ambientali senza precedenti, dall’altro il documento segna una svolta storica attraverso l’introduzione del concetto giuridico di “Diritto dell’Oceano“.
In questa nuova visione, la salute dei mari cessa di essere una questione puramente ecologica per diventare il pilastro fondamentale per la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Lo Stato dell’Oceano: I Dati del Rapporto WOA III in sintesi
Il rapporto, vasto ed estremamente dettagliato, lancia un serio allarme ambientale ma fotografa anche alcune incoraggianti risposte della natura. L’analisi si articola su tre macro-aree:

1. Clima e Habitat Profondi sotto Pressione
– Riscaldamento abissale: Gli scienziati hanno rilevato con preoccupazione che il riscaldamento climatico ha ormai superato i 2.000 metri di profondità, un fenomeno che influenzerà le correnti e la biodiversità per i prossimi decenni.
– Ghiacci e abissi: Accelera lo scioglimento dei ghiacci polari in Artide e Antartide. Restano forti timori per gli ecosistemi abissali e le fonti idrotermali, minacciati da attività estrattive incontrollate e altri impatti prima ancora di essere esplorati (ad oggi è mappato in dettaglio solo il 28% dei fondali).
– Ecosistemi costieri in pericolo: Registrata una perdita significativa del 29% delle praterie di piante marine (come la Posidonia oceanica) e delle mangrovie. Sotto stress anche il Mar dei Sargassi e le barriere coralline, queste ultime colpite da fenomeni negativi per il 77%.

2. Biodiversità Marina tra Crisi e Segni di Ripresa
– Nuove scoperte e contaminazione: Tra il 2019 e il 2023 sono state scoperte ben 7.252 nuove specie di invertebrati e nel 2024 è stato individuato il fenomeno del “dark oxygen” (ossigeno prodotto negli abissi senza luce). Purtroppo, la contaminazione da micro e nano-plastiche è ormai evidente in tutte le specie esaminate, con ripercussioni dirette sulla salute umana.
– Specie in sofferenza: Il 27% dei mammiferi marini è minacciato; le situazioni più critiche riguardano la vaquita (il piccolo focenide della Baja California ridotto a poche decine di individui) e la balena dei baschi. In calo anche gli uccelli marini.
– Segnali positivi di recupero: Mostrano incoraggianti segni di aumento le popolazioni di foca monaca nel Mediterraneo e alcune specie di delfinidi. In ripresa anche i grandi tunnidi, tra cui il tonno rosso, grazie alle politiche di gestione, mentre i cefalopodi (soprattutto totani e calamari) risultano in aumento ovunque.

3. Governance, Economia e Sostenibilità
Il governo dell’Oceano resta estremamente frammentato, regolato dall’UNCLOS e da ben 57 trattati internazionali (incluso il recente accordo BBNJ sulla biodiversità in alto mare). Il rapporto sottolinea, tra l’altro, la necessità di:
Rivedere radicalmente l’impatto ambientale e di emissioni di CO2 del turismo costiero e dello shipping.
Pianificare con estrema cautela ecologica gli impianti eolici offshore e i prelievi incontrollati di sabbie naturali (che sono in crisi ovunque).
Promuovere l’acquacoltura di piccola scala e una maggiore equità sociale, includendo attivamente le donne, le comunità locali e i saperi tradizionali indigeni nella gestione del mare.

Antonio Di Natale ha dichiarato: “la situazione degli oceani in generale peggiora, e non potrebbe essere diversamente, a causa della difficoltà di capire come si diffonde l’inquinamento e come si distribuisce. Inoltre, in tutti i mari c’è il grande problema sulla diminuzione delle sabbie. Il programma delle Nazioni Unite sull’ambiente (UNEP) ha sollevato ufficialmente il grave problema: l’accumularsi delle complessità da comprendere rende molto difficile adoperarsi per le soluzioni.
Sarebbe molto importante riuscire a far funzionare al meglio le Istituzioni internazionali perché, essendo il mare un unico ambiente che occupa il 71% del pianeta, soltanto con la cooperazione internazionale e rispettando regole condivise riusciremo a gestire questa situazione.
Non si deve pensare ai diversi oceano Pacifico, oceano Atlantico, oceano Indiano: siamo noi che li abbiamo chiamati con nomi diversi, per comodità geografica, ma in realtà c’è un unico Oceano Mondiale. Le acque sono tutte interconnesse, compreso il Mare Mediterraneo, con la circolazione delle correnti globali che costituiscono un flusso continuo all’interno di un corpo unico”.

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