Eurispes – Analisi competenze dei lavoratori in Italia, alla luce dei cambiamenti tecnologici e demografici. La digitalizzazione, l’AI, la robotica e altre forme di automazione stanno cambiando le modalità con cui lavoriamo, mentre le dinamiche demografiche stanno modificando le strutture sociali ed economiche.
Oltre a creare nuove opportunità, questi cambiamenti costituiscono una sfida da affrontare sia per i lavoratori che per le imprese. In questo contesto, lo studio Eurispes “Analisi sulle competenze dei lavoratori in Italia, alla luce dei cambiamenti tecnologici e demografici” cerca di tracciare uno scenario.
Oggi in Italia emergono elementi di debolezza quali il basso tasso di occupazione, soprattutto giovanile, e l’elevata incidenza di contratti non standard. Un aspetto critico è la difficoltà della transizione scuola-lavoro, che penalizza soprattutto i giovani.
I flussi migratori rappresentano un importante fattore compensativo dell’invecchiamento della popolazione e della conseguente riduzione della forza lavoro autoctona, ma il potenziale delle competenze possedute dai lavoratori stranieri non è pienamente valorizzato.
L’analisi mostra che l’Italia, rispetto agli altri paesi dell’Unione europea, sconta un ritardo nella diffusione delle competenze digitali sia con riferimento alla forza lavoro che all’attività svolta dalle imprese. Lo sviluppo tecnologico richiede, dunque, un ripensamento delle politiche del lavoro e della formazione.
Un nodo centrale è poi il gap di competenze (skill mismatch), unito al fatto che l’Italia investe meno della media europea nella formazione continua e la partecipazione degli adulti a percorsi di aggiornamento.
Ne emerge un quadro caratterizzato da criticità strutturali causate soprattutto dalla bassa diffusione delle competenze digitali, rendendo necessaria una strategia a medio-lungo termine che connetta lo sviluppo delle competenze dei lavoratori con i processi di innovazione tecnologica.
Il mercato del lavoro
La storia del mercato del lavoro italiano dalla fine degli Novanta ad oggi è stata caratterizzata da numerose riforme, orientate verso un processo di deregolamentazione e finalizzate al miglioramento dell’efficienza allocativa sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta. Con il “pacchetto Treu” del 1997 è stata aperta la strada verso la flessibilizzazione del mercato del lavoro, linea rafforzata con la “legge Biagi” del 2003, che ampliò ulteriormente il ventaglio contrattuale con contratti a progetto, job sharing, contratti di somministrazione e contratti di formazione e lavoro. Il “Jobs Act” (2015) ha tentato di introdurre l’uso di una forma contrattuale unica unitamente alla razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali, ma gli effetti di lungo periodo su produttività e qualità del lavoro si sono rivelati modesti. La pandemia da Covid-19 ha rappresentato un ulteriore momento di trasformazione per il mercato del lavoro, con l’introduzione di strumenti digitali e la diffusione dello smart working.
Il tasso di occupazione in Italia resta tra i più bassi d’Europa attestandosi al 67,1% per la fascia di età 20-64 anni, contro il 75,8% dell’Ue (Eurostat, 2024). Il tasso di disoccupazione registra nel 2024 un 6,5%, più alto rispetto alla media europea del 5,9%, ma in linea con la media dei paesi dell’area Euro. Tra i giovani (15-29 anni), il valore è più del doppio di quello nazionale (14,7%).
La produttività del lavoro in Italia cresce molto più lentamente rispetto alla media europea. Secondo i dati Ocse, tra il 2002 e il 2024 la produttività oraria in Italia è aumentata di appena lo 0,2%, una stagnazione che può essere attribuita alla bassa innovazione delle imprese, alla piccola dimensione media delle aziende e al mancato aggiornamento delle competenze.
Il tasso di occupazione femminile in Italia è del 57,4%, al di sotto di quello maschile (76,8%), e della media europea (75,8%) Infine, emerge anche la forte disomogeneità a livello geografico del mercato del lavoro italiano: nel 2024 il Nord presenta un tasso di occupazione del 75%, in linea con Ue ed Eurozona, mentre il Mezzogiorno registra un 53,4%.
Una delle criticità più evidenti è l’elevata precarietà contrattuale
In Italia il 14,7% dei lavoratori ha un contratto a termine, con notevoli differenze territoriali tra Sud (20%) e Nord (11,9%). Questa differenza può riflettere la maggiore incertezza e stabilità dell’attività di impresa del Mezzogiorno, che ha poi come conseguenza una maggiore propensione al ricorso ai contratti a termine.
Il mercato del lavoro italiano presenta dunque una serie di dualità (di genere, territoriale, di tipologia contrattuale), alle quali si aggiunge uno dei più alti tassi di Neet d’Europa: nel 2024 il 15,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non lavorava né studiava (Eurostat). Questo dato non è solo un problema economico, ma anche una minaccia alla coesione sociale e alla mobilità intergenerazionale. Il sistema educativo italiano fatica a raccordarsi con le esigenze del mercato, mentre i servizi per l’impiego, fondamentali per contrastare la disoccupazione giovanile, risultano sottodimensionati e poco integrati con il tessuto produttivo locale.
Un ulteriore aspetto che caratterizza l’Italia è quello relativo all’andamento dei salari: il salario medio registra una marcata diminuzione, specialmente nel periodo 2007-23, con un -6,7%.
A fronte di questo quadro, i cambiamenti tecnologici stanno spostando la domanda di lavoro verso profili ad alta qualificazione. Ma se a questo si associa un ritardo nelle competenze digitali, il risultato è un mismatch fra domanda e offerta. Le priorità su possibili interventi regolatori da parte dello Stato, riguarderebbero: a) il potenziamento delle politiche attive del lavoro e dei centri per l’impiego; b) investimenti strutturali nella formazione dei lavoratori; c) incentivi volti a favorire l’occupazione femminile e l’inserimento dei giovani; d) la riforma del sistema di ammortizzatori sociali per renderlo più universale e inclusivo.
Il mercato del lavoro italiano si trova ad affrontare il rischio di una polarizzazione crescente: da un lato professioni altamente qualificate e ben retribuite, dall’altro lavori a bassa qualificazione e scarsamente pagati. Questa dinamica è accentuata dal rapido sviluppo tecnologico: secondo l’Oecd (2019), in Italia circa il 15% dei posti di lavoro è ad alto rischio di automazione, e un ulteriore 35% subirà cambiamenti significativi nelle mansioni. Il rischio è che i divari già presenti nel mercato del lavoro si accentuino.
Eurispes, Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali, fondato e presieduto da Gian Maria Fara, è un ente privato e opera nel campo della ricerca politica, economica e sociale, dal 1982. Dal 1986 l’Istituto è iscritto all’Anagrafe Nazionale degli enti di ricerca del MIUR.
Nei suoi 44 anni di attività l’Eurispes ha realizzato centinaia di ricerche. Racconta l’Italia attraverso il Rapporto Italia, giunto alla 37a edizione.
L’attività dell’Eurispes prevede la realizzazione e la divulgazione di diversi filoni di ricerca; partnership con altre realtà istituzionali e private; progetti che sviluppano alcune delle tematiche individuate attraverso il costante lavoro di monitoraggio della realtà italiana in comparazione con i paesi europei ed extraeuropei; promozione e realizzazione di incontri e convegni; formazione e diffusione della conoscenza.
Ne sono un esempio i 13 Rapporti Nazionali sull’Infanzia e l’Adolescenza realizzati in collaborazione con il Telefono Azzurro; i 3 Rapporti sulle Eccellenze italiane; le 8 edizioni del Rapporto sui crimini agroalimentari, realizzato in collaborazione con Coldiretti; le 3 edizioni del Rapporto sulla Salute e il Sistema sanitario pubblicato in collaborazione con l’Enpam.
Sono più di 900mila le pagine di studi, analisi, indagini e riflessioni prodotte; oltre 100 le audizioni politiche e istituzionali; costruito un archivio stampa che copre gli ultimi 36 anni contenente oltre 2 milioni di articoli catalogati per oltre 400 voci tematiche raccolti dalla stampa periodica e quotidiana. L’Eurispes ha contribuito all’emersione di numerosi fenomeni sociali nascosti o poco noti, realizzando una vera e propria opera di “scouting sociale”.
